mercoledì 13 maggio 2015
mercoledì 6 maggio 2015
Bergamini, ancora nessuna decisione
Il gip del tribunale di Castrovillari potrebbe decidere entro l'estate o in autunno sulla richiesta di archiaviazione avanzata dalla Procura sul caso del calciatore morto nel 1989 a Roseto Capo Spulico
CASTROVILLARI I genitori e la sorella di Donato Bergamini, morto in circostanze misteriose il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico, hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione nei confronti dei due indagati nell'inchiesta sul decesso dell'ex calciatore, Isabella Internò e Raffaele Pisano. Le due richieste di archiviazione sono state presentate al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari. La richiesta di archiviazione nei confronti di Internò e Pisano era stata avanzata il 22 dicembre scorso dalla Procura della Repubblica di Castrovillari. Isabella Internò, ex fidanzata di Bergamini, è indagata per concorso in omicidio, mentre il camionista Raffaele Pisano è coinvolto nell'inchiesta per false dichiarazioni e favoreggiamento.
Le due opposizioni all'archiviazioni sono state presentate dal padre e dalla sorella dell'ex calciatore, Domizio e Donata Bergamini, assistiti dall'avvocato Eugenio Gallerani, e dalla madre, Maria Zerbini, assistita dall'avvocato Vincenzo Adamo.
L'inchiesta sulla morte di Bergamini era stata riaperta il 18 luglio 2011 su disposizione del giudice per le indagini preliminari, Pasquale Collazzo, che aveva accolto la richiesta della Procura alla quale era stata presentata una richiesta in tal senso dai familiari del calciatore. Nel corso della nuova inchiesta, da una perizia dei Ris di Messina era emerso che il calciatore non suicidò lanciandosi sotto un camion, ma era già morto quando fu investito. Isabella Internò è l'unica testimone oculare di quel presunto incidente stradale. Alla riapertura dell'inchiesta la Procura decise di sentire l'ex fidanzata del calciatore come testimone e a distanza di pochi mesi fu sottoposta a indagine.
lunedì 4 maggio 2015
Accadeva oggi :Tragedia del grande Toro
| Torino 4 maggio 1949 notte - nebbia, pioggia, vento, silenzio laddove 6 ore fa si è sfracellato l'aeroplano che riportava a Torino la più bella squadra di calcio d'Italia. Un pallido, rossastro riverbero illumina ancora palpitando le muraglie della Basilica di Superga. Un pneumatico dell'apparecchio sta ancora bruciando, ma la fiamma cede, tra poco sarà completamente buio. Lo spaventoso disastro è successo alle 17:05. Superga era avvolta in una fitta nebbia. A 30 metri non si vedeva niente. Nella sua stanza al primo piano della basilica il cappellano del tempio, prof. Don Tancredi Ricca stava leggendo. | |||||||||||||||||
| La pioggia, una impetuosa pioggia quasi da temporale scintillava scrosciano contro i vetri. Dal silenzio usciva poco a poco un rombo. Un aeroplano, pensò don Ricca. Ma ne passano tanti di aeroplani, un traguardo fra gli aviatori in arrivo. Prima di scendere al campo aeronautica d'Italia i piloti usano fare un picco sopra la Basilica, un ultimo giro. Niente di strano, dunque ... Non è vero! Non è vero! Alcune ore sono passate prima che i torinesi, diciamo gli italiani, uscissero a conoscere nella sua selvaggia crudeltà questa sciagura. Pare che pochi minuti prima della tragedia il marconista del campo di Torino in collegamento radio col collega a bordo dell'apparecchio ha scambiato con lui brevi messaggi. L'aereo - un 212 Fiat trimotore - gli avrebbe richiesto l'orientamento comunicando di trovarsi in mezzo a una formazione temporalesca a 2000 metri di quota. Poco dopo l'aeroplano si frantumava contro il pianterreno di Superga. Possibile che in così breve tempo, tenendo conto della visibilità che avrebbe dovuto consigliare prudenza, l'aereo fosse disceso di quasi 1300 metri? E' sorto così il dubbio che l'altimetro si sia bloccato e che quindi il pilota, convinto di essere sempre a una quota notevole, non dubitasse minimamente del tremendo pericolo a cui andava incontro. C'è qualcuno che assicura di aver rintracciato il cruscotto e visto il quadrante dell'altimetro. Secondo questa testimonianza non ancora controllabile, la lancetta è ferma e punta a quota 2000. Se ciò fosse vero, sarebbe trovato il motivo principale del disastro.
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La famiglia Rasman vuole che si sappia…
Nel 2009, nell'ambito del processo per la prima volta nella storia della Repubblica, degli agenti della Polizia di Stato sono stati condannati per omicidio colposo.
Daniele Martinelli, che realizzò video,succesivamente postati sul web, fu querelato per diffamazione e ha gentilmente pubblicato la sua testimonianza:
"Ricordo ancora la querela penale per diffamazione che ricevetti dai legali degli agenti condannati per l'omicidio di Riccardo Rasman. Non gli era piaciuto come avevo raccontato sul blog la vicenda della loro irruzione nel piccolo appartamento della vittima. Riccardo Rasman morì legato e incaprettato col fil di ferro. Per loro fu troppo definire "aggressione" quel tragico blitz. S'attaccarono alle parole nella speranza di aver ragione. Nel frattempo, loro, sono stati condannati per omicidio anche se non hanno fatto nemmeno un giorno di galera. Non solo. Non hanno nemmeno smesso i panni degli agenti, visto che da Trieste sono stati trasferiti a Mestre. La querela si è tradotta in una sola udienza svoltasi al tribunale di Trieste nel 2011. Il mio legale ha chiesto ottenuto il trasferimento del procedimento a Milano per competenza territoriale. Ad oggi, dopo ormai 7 anni, nessun pm del palazzaccio meneghino ha ancora deciso se procedere o se archiviare. Dato il tempo passato, la querela dovrebbe essere ormai caduta in prescrizione."
Adesso il ministero dell'interno e i 3 poliziotti condannati nel 2009 sono stati condannati al risarcimento di 1.200.000 euro nei confronti della famiglia di Riccardo.
"Il ministero dell’Interno è stato condannato, con tre poliziotti, a risarcire per un milione e 200mila euro i famigliari di Riccardo Rasman, il disabile morto a Trieste nel 2006 dopo un’irruzione della polizia in casa sua. Il legale della famiglia, Claudio Defilippi, presenterà appello perché ritiene la somma non sufficiente. "Questo", ha detto il legale, "è un caso ancora più grave di quello di Federico Aldrovandi per il quale lo Stato è stato condannato a pagare circa il doppio". Nel 2009 sono stati condannati gli agenti Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi a sei mesi con la condizionale. I tre non sono mai andati in carcere e sono tutt’ora in servizio. Defilippi contesta il fatto che il giudice civile di Trieste non abbia riconosciuto ai famigliari il danno patrimoniale e quello "tanatologico", ovvero il danno subito da Rasman e tramandabile alla sua famiglia. Famiglia che è "stremata, dopo dieci anni di battaglia contro lo Stato", ha spiegato il legale secondo il quale, in attesa di un pronunciamento in appello, "lo Stato potrebbe almeno pagare quei 500mila euro che aveva offerto in via transattiva" ma che i famigliari di Rasman non avevano accettato perché avrebbe posto fine alla causa."
Daniele Martinelli, che realizzò video,succesivamente postati sul web, fu querelato per diffamazione e ha gentilmente pubblicato la sua testimonianza:
"Ricordo ancora la querela penale per diffamazione che ricevetti dai legali degli agenti condannati per l'omicidio di Riccardo Rasman. Non gli era piaciuto come avevo raccontato sul blog la vicenda della loro irruzione nel piccolo appartamento della vittima. Riccardo Rasman morì legato e incaprettato col fil di ferro. Per loro fu troppo definire "aggressione" quel tragico blitz. S'attaccarono alle parole nella speranza di aver ragione. Nel frattempo, loro, sono stati condannati per omicidio anche se non hanno fatto nemmeno un giorno di galera. Non solo. Non hanno nemmeno smesso i panni degli agenti, visto che da Trieste sono stati trasferiti a Mestre. La querela si è tradotta in una sola udienza svoltasi al tribunale di Trieste nel 2011. Il mio legale ha chiesto ottenuto il trasferimento del procedimento a Milano per competenza territoriale. Ad oggi, dopo ormai 7 anni, nessun pm del palazzaccio meneghino ha ancora deciso se procedere o se archiviare. Dato il tempo passato, la querela dovrebbe essere ormai caduta in prescrizione."
Adesso il ministero dell'interno e i 3 poliziotti condannati nel 2009 sono stati condannati al risarcimento di 1.200.000 euro nei confronti della famiglia di Riccardo.
"Il ministero dell’Interno è stato condannato, con tre poliziotti, a risarcire per un milione e 200mila euro i famigliari di Riccardo Rasman, il disabile morto a Trieste nel 2006 dopo un’irruzione della polizia in casa sua. Il legale della famiglia, Claudio Defilippi, presenterà appello perché ritiene la somma non sufficiente. "Questo", ha detto il legale, "è un caso ancora più grave di quello di Federico Aldrovandi per il quale lo Stato è stato condannato a pagare circa il doppio". Nel 2009 sono stati condannati gli agenti Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi a sei mesi con la condizionale. I tre non sono mai andati in carcere e sono tutt’ora in servizio. Defilippi contesta il fatto che il giudice civile di Trieste non abbia riconosciuto ai famigliari il danno patrimoniale e quello "tanatologico", ovvero il danno subito da Rasman e tramandabile alla sua famiglia. Famiglia che è "stremata, dopo dieci anni di battaglia contro lo Stato", ha spiegato il legale secondo il quale, in attesa di un pronunciamento in appello, "lo Stato potrebbe almeno pagare quei 500mila euro che aveva offerto in via transattiva" ma che i famigliari di Rasman non avevano accettato perché avrebbe posto fine alla causa."
mercoledì 29 aprile 2015
“Indagini Uva, faremo ricorso a Strasburgo”
Alza sempre di più il tiro, la parte civile nel processo per la morte di Giuseppe Uva. Oggi l’avvocato Fabio Ambrosetti ha affermato l’intenzione di rivolgersi alla corte europea dei diritti umani di Strasburgo nel caso in cui il processo in corso a Varese (ed evidentemente i successivi gradi di giudizio) non dovessero riconoscere le mancanze di carabinieri e magistratura in questa vicenda
Attacchi a carabinieri e procura
L’avvocato Ambrosetti, durante l’esame come testimone del tenente colonnello dei carabinieri Loris Baldassarre (che nel giugno 2007 non era ancora in servizio a Varese), gli ha chiesto se fosse a conoscenza della sentenza del 2003 con cui la corte suprema sanzionò la Gran Bretagna perché, nel caso della morte dell’avvocato Patrick Finucane, non vennero fatte indagini tempestive, effettive ed indipendenti. Ambrosetti, durante questi mesi, in aula, ma anche sui media, ha accusato più volte la procura di Varese di non aver fatto indagini tempestive, attaccando il pm Agostino Abate, ma anche polemizzando con l’operato del successivo pm, Felice Isnardi, e avendo altresì diversi scontri in aula con il terzo pm, la dottoressa Daniela Borgonovo.
Il punto però è questo: l’avvocato varesino è stato, in sostanza, polemico verso la scelta del pm Isnardi di delegare, nel 2014, le indagini suppletive per la morte di Giuseppe Uva ai carabinieri di Varese (gli indagati sono 2 carabinieri e 6 poliziotti). E’ partendo da questa circostanza, unita ai presunti ritardi della procura, che potrebbe prendere le mosse il ricorso a Bruxelles.
Battibecchi e accompagnamento coattivo
Detto questo, nell’udienza di oggi nulla è praticamente cambiato. Sono stati sentiti Tiziana Caccaro, un’amica di Uva che frequentava il portico sotto il Carrefour di viale Milano, abituale ritrovo di alcolisti, che non ha aggiunto molto rispetto a quanto si sapeva, così come il suo compagno, Stefano Pavanetto, a sua volta amico di Uva, e fonte primaria della storia che riguarda la presunta relazione della vittima con la moglie di un carabiniere.
L’uomo (indagato, in un altro processo, per aver falsificato l’atto di nascita di una bambina e sottoposto, da quel giudice, a perizia psichiatrica per accertare se sia capace di intendere e di volere) non si è nemmeno presentato spontaneamente a testimoniare, ma è stato portato in aula, con un accompagnamento coattivo, da parte degli stessi carabinieri.
Pavanetto ha detto di aver visto, insieme alla sua ex compagna, il corpo di Uva all’obitorio e di aver concluso che era stato picchiato perchè ha notato che aveva delle macchie blu sul corpo. Il testimone riluttante, successivamente, ha affermato che Uva gli disse di aver avuto una relazione con la moglie di un carabiniere, negli anni 2004 e 2005, ma non seppe mai né chi era, né di chi fosse parente.
Infine, come praticamente a ogni udienza, l’avvocato di parte civile di Lucia Uva e delle sorelle, Fabio Ambrosetti, si è molto inalberato per le contestazioni degli avvocati della difesa e ha battibeccato con i legali Luca Marsico, Duilio Mancini e Fabio Schembri. Mancava in aula l’avvocato Piero Porciani, che usualmente alle proteste di Ambrosetti risponde provocatoriamente “ha parlato il professore”. Forse anche per questo l’udienza è stata meno tesa. Si riparte il 5 giugno.
Attacchi a carabinieri e procura
L’avvocato Ambrosetti, durante l’esame come testimone del tenente colonnello dei carabinieri Loris Baldassarre (che nel giugno 2007 non era ancora in servizio a Varese), gli ha chiesto se fosse a conoscenza della sentenza del 2003 con cui la corte suprema sanzionò la Gran Bretagna perché, nel caso della morte dell’avvocato Patrick Finucane, non vennero fatte indagini tempestive, effettive ed indipendenti. Ambrosetti, durante questi mesi, in aula, ma anche sui media, ha accusato più volte la procura di Varese di non aver fatto indagini tempestive, attaccando il pm Agostino Abate, ma anche polemizzando con l’operato del successivo pm, Felice Isnardi, e avendo altresì diversi scontri in aula con il terzo pm, la dottoressa Daniela Borgonovo.
Il punto però è questo: l’avvocato varesino è stato, in sostanza, polemico verso la scelta del pm Isnardi di delegare, nel 2014, le indagini suppletive per la morte di Giuseppe Uva ai carabinieri di Varese (gli indagati sono 2 carabinieri e 6 poliziotti). E’ partendo da questa circostanza, unita ai presunti ritardi della procura, che potrebbe prendere le mosse il ricorso a Bruxelles.
Battibecchi e accompagnamento coattivo
Detto questo, nell’udienza di oggi nulla è praticamente cambiato. Sono stati sentiti Tiziana Caccaro, un’amica di Uva che frequentava il portico sotto il Carrefour di viale Milano, abituale ritrovo di alcolisti, che non ha aggiunto molto rispetto a quanto si sapeva, così come il suo compagno, Stefano Pavanetto, a sua volta amico di Uva, e fonte primaria della storia che riguarda la presunta relazione della vittima con la moglie di un carabiniere.
L’uomo (indagato, in un altro processo, per aver falsificato l’atto di nascita di una bambina e sottoposto, da quel giudice, a perizia psichiatrica per accertare se sia capace di intendere e di volere) non si è nemmeno presentato spontaneamente a testimoniare, ma è stato portato in aula, con un accompagnamento coattivo, da parte degli stessi carabinieri.
Pavanetto ha detto di aver visto, insieme alla sua ex compagna, il corpo di Uva all’obitorio e di aver concluso che era stato picchiato perchè ha notato che aveva delle macchie blu sul corpo. Il testimone riluttante, successivamente, ha affermato che Uva gli disse di aver avuto una relazione con la moglie di un carabiniere, negli anni 2004 e 2005, ma non seppe mai né chi era, né di chi fosse parente.
Infine, come praticamente a ogni udienza, l’avvocato di parte civile di Lucia Uva e delle sorelle, Fabio Ambrosetti, si è molto inalberato per le contestazioni degli avvocati della difesa e ha battibeccato con i legali Luca Marsico, Duilio Mancini e Fabio Schembri. Mancava in aula l’avvocato Piero Porciani, che usualmente alle proteste di Ambrosetti risponde provocatoriamente “ha parlato il professore”. Forse anche per questo l’udienza è stata meno tesa. Si riparte il 5 giugno.
lunedì 4 agosto 2014
"Sono la prova vivente che la cura con l'artemisia annua funziona"
Di seguito la testimonianza del sign. Amedeo Gioia di Roma:
"Io sono la prova vivente che la cura con l'artemisia annua funziona, operato due volte di cancro alla vescica esame istiologico G3 e TNM: pT2, inviato a fare delle infiltrazioni di chemio l'oncologo le ha ritenute inutili in quanto i carcinomi avevano colpito anche la prostata e l'ilio (intestino). Ricoverato in urologia al San Filippo Neri per l'asportazione di vescica, prostata ed un tratto dell'intestino, avrei continuato a vivere con le sacchette per l'orina e feci.
Aperto e richiuso perche' era troppo vasta la zona interessata.
Ho rifiutato la chemioterapia e mi hanno dimesso dandomi una settimana, massimo due mesi di vita.
Mio figlio ha scoperto che esisteva questa pianta, che distrugge le cellule cancerogene, ed e' riuscito a trovarla in soluzione alcolica (tipo fernet) e ho incominciato ad assumerla, una correzione nel caffe' la mattina, un bicchierino dopo pasto ed uno dopo cena. Dopo 48 ore non avevo piu' dolori e dopo sei giorni orinavo quasi normale (prima ogni 1/2 ora e con dolore).
Per controllo ho fatto un'ecografia, esame del sangue per le marche tumorali ed una TAC. Risultato NON HO PIU' NIENTE. il tutto con 38,00€
Io l'ho ordinata in farmacia :SOLUZIONE IDROALCOLICA DI ARTEMISIA ANNUA. Se non l'hanno fatela ordinare ed in 24 ore la consegnano."
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"Io sono la prova vivente che la cura con l'artemisia annua funziona, operato due volte di cancro alla vescica esame istiologico G3 e TNM: pT2, inviato a fare delle infiltrazioni di chemio l'oncologo le ha ritenute inutili in quanto i carcinomi avevano colpito anche la prostata e l'ilio (intestino). Ricoverato in urologia al San Filippo Neri per l'asportazione di vescica, prostata ed un tratto dell'intestino, avrei continuato a vivere con le sacchette per l'orina e feci.
Aperto e richiuso perche' era troppo vasta la zona interessata.
Ho rifiutato la chemioterapia e mi hanno dimesso dandomi una settimana, massimo due mesi di vita.
Mio figlio ha scoperto che esisteva questa pianta, che distrugge le cellule cancerogene, ed e' riuscito a trovarla in soluzione alcolica (tipo fernet) e ho incominciato ad assumerla, una correzione nel caffe' la mattina, un bicchierino dopo pasto ed uno dopo cena. Dopo 48 ore non avevo piu' dolori e dopo sei giorni orinavo quasi normale (prima ogni 1/2 ora e con dolore).
Per controllo ho fatto un'ecografia, esame del sangue per le marche tumorali ed una TAC. Risultato NON HO PIU' NIENTE. il tutto con 38,00€
Io l'ho ordinata in farmacia :SOLUZIONE IDROALCOLICA DI ARTEMISIA ANNUA. Se non l'hanno fatela ordinare ed in 24 ore la consegnano."
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IL NEGOZIO/LABORATORIO DOVREBBE ESSERE QUESTO:
SARANDREA MARCO & C. S.R.L.
LIQUORERIA ERBORISTERIA
INTEGRATORI ERBORISTICI E ALIMENTARI
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Piante officinali e fitoderivati
Via D'Alatri 3/b
03010 Collepardo (FR)
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tel: 0775.47012 Fax 0775.47351
info@sarandrea.it
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ELENCO DELLE TINTURE MADRI:
http://www.sarandrea.it/immagini/upload/ELENCOTinture_Madri_i.pdf
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martedì 17 giugno 2014
Federico Perna, 34 anni, CENTOTRENTANOVESIMA vittima dello Stato Italiano.
Il Governo dice che trattasi di "Morte Naturale"...
Voi cosa ne dite? Date una occhiata alle foto...
Terribili e già visti gli ingredienti della vita e della morte di Federico Perna nel carcere napoletano di Poggioreale, proprio il carcere visitato da Giorgio Napolitano prima che annunciasse il messaggio alle Camere dell’8 di ottobre scorso. Poggioreale, un carcere simbolo della tragedia italiana, dove i detenuti sono ammassati, costretti a una vita degradante, resi numeri dal sovraffollamento. Un carcere dove i detenuti non hanno spazio vitale e la dignità umana è oggettivamente calpestata. La madre chiede giustizia e giustizia va assicurata.
Ancora una volta, per sperare di avere giustizia, una mamma deve farsi violenza e pubblicare sui media la foto di un corpo martoriato. Il ministro della Giustizia ha disposto un’indagine interna all’Amministrazione penitenziaria. Nel frattempo si spera che scorra l’indagine penale e che l’autopsia sia fatta coscienziosamente e restituisca chiarezza sulle cause della morte. Federico Perna muore a 34 anni. La sua è una storia carceraria abbastanza comune, là dove ciò che è comune coincide oggi con ciò che è tragico. Ha problemi di tossicodipendenza. È malato di epatite C, appunto come tanti detenuti, purtroppo. Sta molto male, come tanti detenuti. Chiede aiuto, ne riceve poco. I magistrati non lo ritengono incompatibile con il carcere nonostante valutazioni difformi, pare, dei medici che invece propendevano per la non compatibilità con la detenzione.
La vicenda di Federico Perna ci impone una riflessione sul caso in questione e una di carattere più generale. Sul caso in questione, va rivendicata un’indagine condotta con determinazione, la quale chiarisca se c’è stata violenza e se c’è stata negligenza medica. Intorno alle questioni di carattere più generale, la vicenda carceraria va affrontata e decisa subito per evitare che morti seguano a morti. Bisogna intervenire su più piani: bisogna assicurare diritti a chi non ne ha istituendo un garante nazionale delle persone private della libertà, come ci impongono le Nazioni Unite; va introdotto il delitto di tortura nel codice penale italiano, che ridarebbe dignità a un sistema giuridico oggi in crisi di identità democratica.
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