lunedì 3 agosto 2015
GIUSTIZIA PER IL SENTIERO DI NICOLA
INFORMAZIONE CONTRO LA DI SINFORMAZIONE
Invitiamo a tutti i lettori di fare informazione sulla vicenda,copiando i link o seguendo direttamente la pagina facebook:
https://www.facebook.com/pages/IL-Sentiero-DI-Nicola/500042300085440?sk=timeline
Ho subito una cerebro lesione tutte le mie funzioni piano piano hanno iniziato a regredire.....e peggiorarono dopo che mi sottoposero anche ad un bel vaccino trivalente......dicendo che a maggior ragione vista la mia encefalopatia,dovevo proteggermi.....mi sono trovato 4 anni fa sul letto dell ospedale in fin di vita,senza speranza! dopo più di 10 ricoveri alla ricerca del nulla.....x fortuna i miei genitori mi hanno portato a casa e ci hanno pensato loro a me'!!!!hanno ascoltato il loro istinto e io sono ancora vivo....ho tantissimi problemi,sono imprigionato nel mio corpo.. non posso nemmeno grattarmi il nasino se mi prude! vorrei ma non riesco! ma sono ancora qui e combatto con il papa'e la mamma x il diritto alla scelta e alla liberta'di cura e il diritto alla vita!!!!la mia diagnosi e'grave encefalopatia epilettica postvaccinale farmacoresistente.! x me' non c'è cura riconosciuta... gli unici metodi che mi fanno stare meglio non sono riconosciuti......ma sono gli unici che ad oggi mi hanno fatto stare (bene)l'unico metodo che puo' darmi qualche speranza x una vita più dignitosa sono le cellule staminali......ma purtroppo in Italia solo pochi fortunati le hanno potute fare...... mio padre e altra gente lotta x poter evitare che un domani possa ricapitare una situazione del genere.......
dove poteri forti calpestino ancora i nostri diritti!!!!!
sono anche stato in tribunale dove un giudice del lavoro ha visto bene di decidere di non farmi accedere ad una metodica compassionevole!!!!!...si sono arrabbiato xche' potevo avere una vita normale ma un vaccino legalizzato dallo stato me l ha rovinata!!e sempre questo stato impedisce a mio padre e mia madre di curarmi come meglio credono!!! bisogna cambiare tante cose in questo paese.
cominciando dall'indifferenza della gente.....
questa pagina serve anche x portare la gente ad una scelta consapevole per quanto riguarda le vaccinazioni e come mezzo di contatto fra professionisti seri...con i miei faccio informazione contro la disinformazione....vi abbraccio tutti e mi raccomando SEMPRE LOTTARE!!!
NOI NON MOLLEREMO MAI!!!!
FINCHE' NICOLA AVRA' GIUSTIZIA......
E FINCHE'AD ALTRI NON TOCCHI IL SUO STESSO SENTIERO!!!!
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Hi! My name is NICOLA and I’ve been in perfect health for the whole of my first year of life. Then, after my third 6-in-1 vaccine booster, I became unable to hold my head up any longer… and all my normal body functions progressively failed… Then the doctors decided to give me a 3-in-1 vaccine, claiming that I needed protection even more so because I suffered from encephalopathy… As a result, three years ago I found myself in hospital, close to death; the doctors gave me no hope! After being admitted to hospital more than 10 times, with no doctor able to explain my condition, my parents luckily brought me home and took care of me!!! They followed their instinct and I’m still alive… I’ve got loads of problems; I’m “imprisoned” in my body… I’m not even able to scratch my nose when it’s itchy! I’d really like to but I just can’t! But I’m still here and, together with mum and dad, I fight for the Right to Free Treatment Choice and for the Right to Life!!! My diagnosis is: severe epileptic post-vaccine drug-resistant encephalopathy! There’s no known treatment for me… The only treatment that could give me hope of living a more decent life is: Stem Cells. My dad and other people are fighting to make stem cell treatments available to all those who need them!!! I’ve even been to court, but that employment judge decided to deny me the treatment!!!... Yes, I’m furious because I could have had a normal life but a government-legalized vaccine has destroyed it!!! And the same government denies my mum and dad the right to choose the treatment they think is better for me!!! Do you think my parents could ever give me a dangerous treatment? Of that I’m sure: they wouldn’t!!! With my parents I promote information against ignorance… I send you all my hugest hugs and, please, KEEP ON FIGHTING!!!
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Hallo, ich bin NICOLA und bin gesund auf die Welt gekommen und es ging mir gut, bis zum ersten Jahr alles ok! Nach der dritten sechswertigen Impfung, begann ich, meinen Kopf nicht mehr halten zu können.......
und all meine Funktionen haben sich langsam zurückgebildet bis die sanitären Einrichtungen mich auch noch einer dreiwertigen Impfung unterzogen ....... sie sagten, dass ich mich aufgrund meiner Enzephalopatie umso mehr schützen müsste..... Vor drei Jahren fand ich mich dann in einem Krankenhausbett wieder und lag im Sterben, ohne Hoffnung! Nach mehr als zehn Krankenhausaufenthalten und auf der Suche nach dem Unbekannten .... brachten mich meine Eltern glücklicherweise nach Hause und haben sich um mich gekümmert! Sie haben auf Ihren Instinkt gehört und ich bin immer noch am Leben.... Ich habe so viele Probleme, bin in meinem Körper gefangen.. Ich kann nicht einmal meine Nase kratzen, wenn sie juckt! Ich würde aber ich kann nicht! Aber ich bin immer noch hier und ich kämpfe mit meiner Mutter und meinem Vater für das Recht auf die Behandlung und das Recht auf Leben! Meine Diagnose ist gravierend: arzneimittelresistente epileptische Enzephalopatie hervorgerufen durch eine Impfung! Für mich gibt es keine anerkannten Heilmittel... die einzige Methode, die mir Hoffnung auf ein menschenwürdigeres Leben geben kann sind Stammzellen. Mein Vater und andere Menschen kämpfen damit die Behandlung mir und denjenigen, die es brauchen, zur Verfügung gestellt wird! Ich war auch vor Gericht, wo das Arbeitsgericht entschieden hat, dass ich diese Therapie nicht machen darf! ... Ja ich bin wütend, weil ich ein normales Leben haben könnte, aber ein vom Staat legalisierter Impfstoff hat dieses normale Leben ruiniert! Und der gleiche Staat verhindert nun, dass mein Vater und meine Mutter, mich zu behandeln lassen, wie sie es für richtig halten! Denken sie, dass meine Eltern mich in Gefahr bringen würden? Ich bin mir sicher, dass das nicht passieren würde!!!.... Mit meinen Eltern informiere ich nun über die Fehlinformation/Nichtinformation .... Ich umarme euch alle und ich rate euch IMMER KÄMPFEN !
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Bonjour je m’appelle Nicola, à ma naissance j'étais en bonne santé et je me porté bien jusqu'à l’âge d’un an tout aller bien ! après le troisième vaccin hexavalent j’ai commencé à ne plus garder ma tète droite… et toutes mes compétences petit à petit ont commencé a régresser jusqu'à quand ils m’ont fait un vaccin trivalent ont expliquant que vu ma encéphalopathie je devais être protégé encore mieux. Il y a trois ans, Je me suis retrouvé en fin de vie hospitalisé sans espoir ! Apres plus de 10 hospitalisations en cherchant l’inconnu, heureusement mes parents m’ont amené à la maison et c’est eux qui ce sont occupé de moi ! ils ont écouté leur instinct et je suis encore vivant ! J’ai beaucoup de problèmes, je suis prisonnier dans mon corps. Je ne peux même pas me gratter le née quand je en es besoin! je voudrai me je n’arrive pas ! Mais je suis encore ici et je me bat avec maman et papa pour le droit au soin et pour le droit à la vie ! Mon diagnostique est grave : encéphalopathie épileptique postvaccinal farmacoresistant ! pour moi il y a pas un traitement définis. La seul méthode qui pourrai me donner l’espoir d’une vie meilleur sont les cellules staminales. Mon père et des autres personnes luttent pour que ce traitement puisse être disponible pour moi et tous ce qui en ont besoin ! J'étais aussi au tribunal ou un juge du travail a décidé de ne pas autoriser ce traitement pour moi ! oui je suis fâché car j'aurais pu avoir une vie normale et un vaccin légalisé par l’état me l’a ruinée ! et ces Etat empêche mon père et ma mère de me faire soigner comme ils le souhaitent !! Vous croyez que mes parents pourraient me mettre en danger ? je suis sure que non !! avec mes proches je fais information contre la désinformation … je vous embrasse tous et n’oubliez pas de Lutter toujours !!
domenica 19 luglio 2015
martedì 7 luglio 2015
Patrizia Moretti: "io ci sto male, per loro è un mestiere."
Di seguito pubblichiamo la lettera di Patrizia Moretti madre di Federico Aldrovandi:
"Perché rimetto le querele contro Paolo Forlani, Franco Maccari e Carlo Giovanardi
Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.
I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.
Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere. O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.
Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.
L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.
Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.
Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.
Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.
Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.
Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.
Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.
Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.
Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.
Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.
Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stati lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.
Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.
Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.
Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.
Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.
Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.
Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.
Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.
E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.
Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.
Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.
Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.
A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.
Perciò ritirerò le querele ancora in corso.
Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.
Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.
Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.
Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.
Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.
C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.
Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.
Per me l’onore è un’altra cosa.
L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.
Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa."
Patrizia Moretti
sabato 4 luglio 2015
Processo Uva, sfilano i testi della difesa
Uva era calmo o era agitato mentre era al triage del Pronto Soccorso dell’ospedale di Varese, quella mattina del 18 giugno 2008, giorno in cui morì? Secondo i due carabinieri che lo hanno piantonato tra le 6 e le 8 era molto tranquillo, secondo l’agente di Polizia Locale che era lì con loro a partire dalle 7,30 era agitato, insultava le forze dell’ordine e cercava di alzarsi dalla barella a cui era stato legato (probabilmente mani e piedi) in attesa dell’autorizzazione al trattamento sanitario obbligatorio. Si calmò, ma sarebbe meglio dire che cadde in un sonno profondo, solo dopo che gli venne somministrato un farmaco calmante da parte del personale infermieristico.Piccole contraddizioni nei testi della difesa ma che, in una vicenda così controversa e dibattuta, possono fare la differenza, sempre. Oggi è stato il turno dei testimoni delle difese dei sei poliziotti e del carabiniere imputati di omicidio preterintenzionale, arresto illegale e altri reati inerenti ai fatti avvenuti tra la notte del 17 giugno 2008 in questura e la mattina del 18 in ospedale.Nicola Susco, all’epoca carabiniere in servizio alla Radiomobile come capopattuglia, Era in servizio quel giorno. Ha raccontato di essere stato chiamato in Pronto Soccorso per dare ausilio al brigadiere Righetto che smontava dal turno: «Sono stato a contatto con Giuseppe Uva ma a distanza. Sono arrivato alle 6,45 e l’ho visto tranquillo, era sul lettino. Ad un certo punto mi sono avvicinato perchè si lamentava. Diceva che le cinture erano strette e che gli davano fastidio alle gambe e alle braccia. Non le vedevo perchè c’era una coperta sopra. Polsi e gambe erano sicuramente legate. Chiesi agli infermieri se potevano staccare le cinghie perchè era tranquillo. So che lo hanno fatto ma non ricordo chi». Alla versione di Fusco, l’appuntato Giovanni Noto che era con lui ha aggiunto solo di aver sentito dire a Uva «di non somministrargli medicinali perchè era allergico», ma anche lui l’ha definito tranquillo. L’agente della Locale Mauro Saredi, invece, ricorda che «arrivammo alle 7,15 circa. Vidi Giuseppe Uva e i due carabinieri. Lo ricordo cosciente, disteso sulla barella, molto agitato, aveva l’alito che sapeva di alcol. Diceva parole contro le forze dell’ordine e cercava di alzarsi ma era legato. Un infermiere somministrò un farmaco a Uva che dopo poco si addormentò profondamente. Venne portato a fare una schermografia e poi fu spostato in psichiatria. Dopo due ore dormiva ancora, poi siamo stati mandati via perchè non c’era più bisogno di noi».Tra i testi della difesa c’era anche Silvana Ilacqua, moglie di Nicola Uva, che ha parlato dei suoi rapporti con uno degli imputati, il poliziotto Luigi Empirio che conosceva perchè i figli erano amici e compagni di scuola, e del rapporto con Giuseppe Uva: «Con Giuseppe avevamo buoni rapporti, frequentava casa nostra, ci dormiva anche a volte. Era Molto legato anche a nostro figlio». Invitata a ripercorrere con la memoria il giorno della morte del cognato ha rcordato «ero stata chiamata da Mara, sorella di Nicola. Mi disse che Giuseppe era ricoverato al Ps. Dopo un po’ ricevetti una seconda chiamata in cui mi disse che era morto in psichiatria. Mio marito era in dialisi, venne staccato dalla macchina in anticipo e lo portai all’ospedale. Non ho visto il corpo, sono rimasta nel corridoio dell’obitorio e non ho visto i suoi vestiti se non dentro ad un sacco».Interrogata dalla difesa sui rapporti con l’agente indagato: «Il giorno della morte di Pino mio figlio doveva andare alla festa del figlio di Empirio. Quando andai a riprenderlo parlammo di quello che era successo e lui mi disse che quella notte era lì, gli chiesi perchè non ci chiamò per andare a riprenderlo e lui rispode che non poteva farlo. Disse che era ubriaco e che secondo lui aveva preso della droga». La donna ha anche raccontato delle volte in cui parlò con Empirio e con altri imputati (Dal Bosco, Righetto e Colucci) di quello che avvenne prima della morte di Uva. La donna ha anche confermato di aver saputo dallo stesso cognato e da due amici di Giuseppe (accompagnati in auto il giorno del funerale) che aveva una relazione con la moglie di un carabiniere.Infine hanno testimoniato anche un’infermiera e una operatrice socio sanitaria che conoscevano Immacolata Russo, l’operatrice che disse di aver raccolto la confidenza da Giuseppe Uva in merito ai maltrattamenti in caserma, le quali hanno negato di averne mai sentito parlare dalla donna.Il 7 maggio si svolgerà la prossima udienza del processo durante la quale ci sarà il confronto tra i tre periti che hanno relazionato sul corpo di Giuseppe Uva e sulle cause della sua morte.
venerdì 3 luglio 2015
Michele Ferrulli : assolti i 4 agenti
Michele Ferrulli morto il 30 giugno 2011 dopo un fermo di polizia a Milano in via Varsavia.
Michele è stato immobilizato a terra ammanettato e nonostante la sua richiesta di aiuto i 4 agenti non si sono fermati, sono andati avanti a picchiarlo a manganellate...... NON SIAMO NOI A DIRLO NON C'ERAVAMO... MA C'è UN VIDEO CHE LO DIMOSTRA!!!
IL 19 2012 aprile la procura di milano termina le indagini, i 4 agenti vengono indagati per omicidio colposo derubricando l'omicidio preterintenzionale e dichiarazioni false.
Il 20 luglio 2012 inizia l'udienza preliminare , l'avvocato Anselmo richiede al Gup il cambio d'imputazione da omicidio colposo a omicidio preterintenzionale.
il 17 settembre 2012 il gup accoglie la richiesta dell'avvocato Anselmo i 4 agenti vengono rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale e dichiarazioni false.
il 4 dicembre 2012 inizio' il processo a carico di 4 agenti di polizia, Michele Lucchetti, Francesco Ercoli, Sebastiano Cannizzoe Roberto Stefano Piva.
Il processo di primo grado si è concluso pochi giorni fà con l'assoluzione dei poliziotti. Ma la vicenda giudiziaria è lontana dalla conclusione. La figlia di Michele, Domenica, e i familiari, stanno aspettando la fissazione dell’udienza del secondo grado del processo.
La sentenza di assoluzione, infatti, lascia molti dubbi, sui quali si sono incentrati gli appelli non solo delle parti civili. Anche il pubblico ministero che ha trattato il fascicolo in primo grado, ha depositato un corposo atto, mettendo in luce i molti aspetti della morte di Ferrulli che sono rimasti oscuri. Ad assistere le parti civili nel giudizio di appello ci sarà, oltre a Valentina Finamore, l’avvocato Carlo Federico Grosso, uno dei massimi penalisti italiani.
Di seguito alcune righe ricevute da Domenica,la figlia di michele:
"Francesco Ercoli nn avesse dato uno schiaffo a mio padre sicuramente nn sarebbe successo nulla.
Se i suoi colleghi:
Michele Lucchetti non avesse dato 3/4 pugni in testa a mio padre, se Sebastiano Cannizzo non avesse dato 7/8 colpi, se Roberto Stefano Piva, padre di un figlio non gli si fosse parcheggiato addosso, schiacciandolo.
Sarebbe tornato a casa.
Qualcuno poteva fermare i suoi colleghi.
Inutile il tentativo di rianimazione.Ormai era troppo tardi.Mio padre nn doveva essere picchiato.
Mio padre sarebbe rientrato a casa.
Eccoli i 4 bravi ragazzi.Talmente bravi educati e rispettosi da essere indagati x omicidio preterintenzionale e dichiarazioni false."
lunedì 8 giugno 2015
Onirico Film Festival 2015---Si inizia!!!!
Ufficialmente l' #oniricofestival Apre i Battenti Questo Martedì con ONIRICO FILM FESTIVAL. Siete tutti Invitati alla Prima Proiezione dalle oRe 21,30 con il Film Pluripremiato e osannato dalla Critica Cinematografica DIAZ. #ingressolibero
Onirico Film Festival 2015
Si avvia la prima collaborazione con l'associazione Officina culturale Parco della Musica.
La prima serata sarà martedi 09/06 presso il Parco della musica Sant'Egidio alla Vibrata
A più di dieci anni dai fatti, Vicari racconta la Genova del G8. Con una rete efficace di flashback e flashforward, sceneggiatura e regia riportano alla memoria lo scempio del diritto, della democrazia, della dignità delle persone e dei loro corpi perpetrato da "servitori dello Stato" fra il 20 e il 21 luglio 2001, prima nella caserma Diaz e poi in quella di Bolzaneto. Accurato, incalzante, giustamente "doloroso".
La sentenza della Corte di Strasburgo di quest'anno, che condanna il nostro Paese per l'irruzione della polizia alla Diaz durante il G8 del 2001, è arrivata infatti prima che il Parlamento abbia legiferato in questo senso. La Corte Europea per i Diritti Umani ha stabilito che il blitz operato dagli agenti nella scuola va «qualificato come tortura» ed è quindi da condannare anche la legislazione italiana perché non prevede una simile fattispecie di reato. In particolare i giudici di Strasburgo ritengono sia stato violato l'articolo 3 che impone il «divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti» e soprattutto giudicano la risposta delle autorità italiane «inadeguata». La sentenza ha accolto il ricorso di uno dei manifestanti che aveva deciso di passare la notte nella scuola insieme ad altre decine di persone.
Oltretutto la sentenza crea un precedente per altri ricorsi ancora pendenti che riguardano sia i fatti della Diaz sia le violenze subite nella caserma di Bolzaneto.
La Cassazione nel 2012 confermò la condanna per i vertici della Polizia coinvolti nel blitz alla Diaz che furono sospesi dal servizio ma prescrisse le lesioni per gli agenti protagonisti dei pestaggi.
SCHEDA FILM
Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna. È il 20 luglio 2001, l'attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco, un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, una giovane avvocato del Genoa Legal forum. Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo e non vede l’ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia. Luca, Alma, Nick, Marco e centinaia di altre persone incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001. Poco prima della mezzanotte centinaia di poliziotti irrompono nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, sede del Genoa Social Forum adibita per l'occasione a dormitorio.
CAST TECNICO
Regia:Daniele Vicari
Sceneggiatura:Daniele Vicari, Laura Paolucci
CAST
La prima serata sarà martedi 09/06 presso il Parco della musica Sant'Egidio alla Vibrata
A più di dieci anni dai fatti, Vicari racconta la Genova del G8. Con una rete efficace di flashback e flashforward, sceneggiatura e regia riportano alla memoria lo scempio del diritto, della democrazia, della dignità delle persone e dei loro corpi perpetrato da "servitori dello Stato" fra il 20 e il 21 luglio 2001, prima nella caserma Diaz e poi in quella di Bolzaneto. Accurato, incalzante, giustamente "doloroso".
La sentenza della Corte di Strasburgo di quest'anno, che condanna il nostro Paese per l'irruzione della polizia alla Diaz durante il G8 del 2001, è arrivata infatti prima che il Parlamento abbia legiferato in questo senso. La Corte Europea per i Diritti Umani ha stabilito che il blitz operato dagli agenti nella scuola va «qualificato come tortura» ed è quindi da condannare anche la legislazione italiana perché non prevede una simile fattispecie di reato. In particolare i giudici di Strasburgo ritengono sia stato violato l'articolo 3 che impone il «divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti» e soprattutto giudicano la risposta delle autorità italiane «inadeguata». La sentenza ha accolto il ricorso di uno dei manifestanti che aveva deciso di passare la notte nella scuola insieme ad altre decine di persone.
Oltretutto la sentenza crea un precedente per altri ricorsi ancora pendenti che riguardano sia i fatti della Diaz sia le violenze subite nella caserma di Bolzaneto.
La Cassazione nel 2012 confermò la condanna per i vertici della Polizia coinvolti nel blitz alla Diaz che furono sospesi dal servizio ma prescrisse le lesioni per gli agenti protagonisti dei pestaggi.
SCHEDA FILM
Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna. È il 20 luglio 2001, l'attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco, un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, una giovane avvocato del Genoa Legal forum. Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo e non vede l’ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia. Luca, Alma, Nick, Marco e centinaia di altre persone incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001. Poco prima della mezzanotte centinaia di poliziotti irrompono nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, sede del Genoa Social Forum adibita per l'occasione a dormitorio.
CAST TECNICO
Regia:Daniele Vicari
Sceneggiatura:Daniele Vicari, Laura Paolucci
Musiche:
Teho TeardoMontaggio:
Benni AtriaCAST
Luca Gualtieri:
Elio GermanoMax Flamini:
Claudio SantamariaPippo Delbono
Rodolfo Serpieri:
Rolando RavelloMarco Cerone:
Alessandro RojaMarzio Pisapia:
Ignazio OlivaAlma Koch:
Jennifer UlrichMonica Barladeanu
Maria:
Aylin PrandiAlessandro Vitali:
Renato ScarpaMarco:
Davide IacopiniFrancesco Scarponi:
Paolo CalabresiNick Janssen:
Fabrizio Rongione
DATI
Anno:
2011
Nazione:
Italia / Romania / Francia
Distribuzione:
Fandango
Durata:
120 min
Data uscita in Italia:
13 aprile 2012
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